Nessuna organicità. Solo che dovevo andare a mangiare ad una nuova trattoria e uscivo dal portone appartenente ad un appartamento (atmosfera urbana un po' di periferia). Un portone di quelli di ottone coi vetri. Palazzoni intorno. Mi pare di aver incontrato qualcuno uscendo, o forse semplicemente quel qualcuno era passato a prendermi.
Un parcheggio di un supermarket o un autolavaggio o qualcosa di simile, ma principalmente atto a contenere... carrelli. Circondato da un muretto basso e qualche siepe a fargli da perimetro, profilo irregolare con molte rientranze, e in mezzo sbarre di ferro colorate a dividerlo in settori (ehm suppongo sempre per creare ordine fra i carrelli). Personalizzo la mia "stanza", ovvero i miei settori di parcheggio, attaccando poster sul muretto basso (fra cui anche un poster di Sheldon di Big Bang Theory: al mio inconscio questo telefilm deve piacere proprio tanto, non potevo immaginare!) ben sapendo, però, che sto rubando troppo spazio rispetto a quello che mi spetta.
Fluttuazioni all'interno di uno strano stabile moderno, su un solo livello, bianco all'interno e pieno di finestre, ricordo solo una saletta di raccordo con al centro un affare quadrato di marmo che fungeva da terrario per le piante, e tutt'attorno con sedili per le persone. Tutto ok, se non fosse che all'interno c'è una palude. Il pavimento è coperto di almeno 50 cm di palude. Dato il caldo, però, la palude è diventata melma verde piuttosto densa, quasi color wasabi, e pressappoco della stessa consistenza; forse poco più liquida e viscida. Faceva un tantino schifo. Soprattutto dopo che per sbaglio mi ci inzaccheravo la punta di un piede. Disgustata, pensavo che la madre di Simone è una gran puttana (ah, insulti gratuiti, che bello). Dicevo a mia sorella che dovevo lavarmi.
Assolutamente a buffo finivo in una grande stanza dello stesso stabile. Senza palude. La stanzona era praticamente vuota, anch'essa con un'enorme finestra a parete. Da un lato c'erano almeno tre o sei -numero variabile a seconda dei momenti- macchine tagliacuci. Mi sedevo di fronte a quella più complicata e grande, ed iniziavo a settarla. Cominciavo ad infilarla, a passare i fili poi tra gli ingranaggi. Ci mettevo un sacco di tempo, proprio tanto. Una volta terminata l'operazione, però dovevo cambiare l'ago. Zoom sull'ago: luccicante, argentato, cicciotto. Ma me ne serviva un altro. Qualcuno mi spronava seccato dicendo che non potevo metterci così tanto, forse addirittura me lo dicevo da sola.
Vendono stoffe in una lavanderia, glielo dico a mia madre, dicendole anche che i prezzi sono buoni, mica come quegli altri ladri. Questa signora ha dei campioni appesi ad una sbarra, che a sua volta è appesa al soffitto. Belle stoffe. Mi piace un damascato delicato, con un motivo a losanghe ed in mezzo qualcosa come dei gigli stilizzati, a colori invertiti, l'uno blu oltremare con motivi sul magenta, l'altro al contrario. Mamma però sceglieva un jersey stampato con motivi di finto pizzo nero su fondo bianco e i suoi immancabili fiori, questi erano verdi e rossi/rosa.
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