Oggi

Ero nella Passat di mamma che lei guidava, andavamo in un posto imprecisato dirigendoci da Pomezia verso l'aperta campagna. Arriviamo nei pressi di una sorta di stradone sterrato, nelle vicinanze di una strada a scorrimento veloce, ma comunque in mezzo al nulla, e, uscendovi, ci si ferma la macchina. Io penso che possa essere il motorino d'avviamento o... anzi, è la batteria. Adesso che facciamo? Tra l'altro quello stradone sterrato è una pista per il traffico aereo, e me ne preoccupo perché sta per decollare un jumbo, guarda se ora non ci viene addosso! Ma eravamo proprio alla fine della pista, in un punto in cui gli aerei per protocollo già dovrebbero essersi alzati in volo, quindi mi tranquillizzo. Chiamiamo dal cellulare mio padre che è a casa con Linda, dice che adesso ci viene a prendere. Intanto però telefono anche ad Hatem (gu?) perché so che è iperefficiente, quasi ansiogeno, che è con Anna e dice che subito subito si darà da fare. Nel frattempo però la macchina si è avviata; penso che però non abbiamo detto a mio padre dove siamo ferme. Mamma inizia ad avviarsi ma le dico di fermarsi perché adesso sta per arrivare papà, dopodiché telefono ad Hatem per dire che non abbiamo più bisogno di aiuto, ma lui ci risponde che ha già inviato le buste.

Nella mia cucina c'era un minuscolo mondo fantasy a cui partecipavo anche io. Era una sorta di proiezione che si trasformava in videogioco. C'erano questi mini-personaggi, grandi come una capocchia di spillo, che esploravano le selvagge terre della mia casa resa immensa dalle loro proporzioni. Io ero il personaggio che si trovava fra loro due, un mago brutto e storpio con tre occhi (e dalle dubbie potenzialità) e un... coso alto in tunica, incappucciato, di cui non si vedeva il volto. La tunica era blu. Aveva una qualche lunga arma in mano (sì, so che partirà qualche banale doppio senso qui -.-). Eravamo sotto la finestra della mia cucina; io guardavo il mio personaggio muoversi dall'esterno, come se fossi fuori dallo schermo. Il mondo in cui ci muovevamo aveva una gran bella giocabilità. Adesso stavamo per entrare nelle oscure gallerie che si trovano sotto il mobile della cucina, esattamente fra il lavello e il secchio della spazzatura. Siccome anche nella vita reale quell'angolo è particolarmente soggetto ad accumuli di zella (e chissà quanta ce n'è ancora sotto il mobile), l'entrata era assolutamente poco invitante, vagamente illuminata da una luce giallognola, e, sulle pareti, ricoperta di robe che sembravano una qualche sorta di ragnatele, piene di palline color crema che sapevo bene fossero uova di tarme della farina (per noi, in quel momento, di proporzioni epiche).
Un qualche moto di irreprimibile schifo deve avermi attraversato i neuroni, perché chiedo ai miei compagni se possiamo rimandare l'esplorazione delle gallerie a dopo, e nel frattempo terminare una qualche quest sulle colline. Mi teletrasporto sulle colline, allora, accanto ad un segnale di legno con frecce, quello tipico dei bivi. Ma non era un bivio, era così, piantato nel terreno, accanto al sentiero che seguivamo. Siamo vicini ad un luogo in cui gli eserciti di X (vatti a ricordare il nome) stanno portando avanti un'invasione di torrette del cazzo, boh! So solo che i soldati avessero divise blu. Non mi pare fossero nostri alleati, ma nemmeno nostri nemici, probabilmente dalle loro vittorie avremmo potuto trarre un vantaggio (edit: dalla vittoria degli invasi; i nostri potenziali alleati erano quelli che stavano contrastando l'invasione nel loro accampamento).
La cosa particolare dei personaggi con cui mi apprestavo a viaggiare era che avevano una specie di "forma rilasciata" e una chiusa. La forma rilasciata del mago storpio era quella orribile che aveva già; chiudendosi diventava un tizio con una faccia rossastra da gufo. Apprendevo che quella di questi gufacei soggetti era una vera e propria razza, perché all'improvviso venni a sapere che la battaglia in difesa era capitanata da un guerriero gufaceo. Dopo essersi chiuso, il mago si rivolse al pellegrino (?) che era con noi, quello incappucciato, dicendogli di chiudersi. In verità loro sembravano conoscersi da più tempo di quanto io conoscessi loro; io sembravo proprio nabba. Dopo un po' di battibecchi ed insistenze del mago, il pellegrino sbuffando si chiude, diventando alto la metà, sempre in tunica e cappuccio ma stavolta si vedeva il viso ("viso"). Lui era uno scheletrino, il suo viso adesso era un teschietto puccioso, la tunica era di un azzurro più chiaro e chiaramente aveva una falce in mano, che era rimasta enorme rispetto a lui, come l'arma lunga precedente (che però, di questo ne sono sicura, prima non era una falce). "Contento?! Adesso ho un aspetto ancora più spaventoso, per via di questa falce, ma paradossalmente nessuno può prendermi sul serio perché sono l'apprendista. Sei felice ora?!" diceva scocciato il mini-morte, gesticolando con le braccia per enfatizzare la sua seccatura.

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