She was happy and loud and impudent.

Stanotte ho fatto un sogno che ricordo articolato in almeno tre parti.
Due non me ne ricordo. Di una di queste, ho qualche vaga immagine in cui compaiono Marzia, me in un parcheggio, che cammino verso un'automobile che mi appresto a guidare, ma attorno a me pessime facce maschili mi guardano e so che nella loro testa bacata sta passando l'idea di violentarmi. Ciò continua a confermare che mio padre sia un essere ansiogeno. Universalmente riconosciuto. Anche dal mio subconscio.

L'ultima parte era semplice e stupida e decisamente patetica.
Me lo ricordo fin troppo bene, ma scriverò solo del fatto che ero in un'affollata e piccola aula, forse universitaria. Alle pareti, assieme ad una corta ma larga lavagna in ardesia verde, c'erano cartelloni decorativi con dichiarazioni e pensieri delle persone ivi presenti. Tra i vari cartelli ce n'era uno mio, con scritte cose che non sarebbero mai dovute esser state scritte, e cercavo di sbracciarmi per coprirle. Era imbarazzante. Poi è continuato; la sensazione era quella di un sogno delizioso, dissipatosi in una nebbia a dir poco deprimente.
Non è stato bello.

Tanto tempo fa ho sognato di essere una combattente armata di un'organizzazione chiamata Stella Rossa. Il paese in cui mi trovavo viveva uno scenario angosciante vagamente Huxleyano, alla Brave New World, ma con grandi potenze ipercapitalistiche contro cui io e i miei compagni combattevamo. Ormai eravamo dei ribelli senza alcun posto in società, ma molti di noi, me compresa, ogni tanto ricoprivamo il ruolo di spie o infiltrati. Le nostre riunioni avvenivano nei sotterranei di palazzi in un quartiere cittadino abbandonato. Io ero seduta a terra, ero lorda, in pantaloni larghi verde militare, magliettaccia verde bucata, e un kalashnikov fra le mani.
C'era tutta una storia sotto, sul perché ero lì e sulla prossima missione, ma non credo di poter mai ricordarmela.

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