Stanotte:
ero in quel di una Pomezia persino un po' più squallida di ciò che è ora, camminavo e camminavo in giro per le strade dirigendomi verso la 167, in un quartiere (o pseudo tale) che ho già sognato altre volte, un po' più verde della realtà, come un mosaico di quartieri di Pomezia tutti assieme. Era più squallida ma stranamente più carina. È assurdo ma è così. Sogno queste città vuote di persone, grigie e verdi assieme, anche con belle architetture ma un po' spersonalizzate del loro "essere città", è come se fossero personaggi a parte.
E ok, giravo finché non mi ferma una macchina, una Panda color crema, carica di gente al suo interno, fra cui una ragazza ben truccata dietro e un ragazzo che mi chiede di un posto che non so dove sia, ma comunque gli dò indicazioni stradali con cui muoversi per Pomezia. Poi finisco in una piazzetta nei pressi della biblioteca, di pura fantasia, vado dinanzi ad un negozio che è una lavanderia chic in cui anche vendono abiti costosissimi. Rimango incollata alla vetrina, finché due signore ingioiellate dall'aspetto di vecchie zie mi chiedono che voglio, chiedo loro indicazioni sul posto di cui mi hanno parlato i ragazzi in macchina e scopro che non è il nome di quel negozio (perché mi accorgo di un caso di quasi-omonimia), ma di un ostello della gioventù che sta dietro la biblioteca.
Allora camminando reincontro i ragazzi, provo a spiegar loro dov'è il posto, ma non capiscono; allora salgo in macchina e guido io, li porto lì all'ostello che era seminterrato. Penso che è una cosa buona a sapersi, certo potrebbe esserci qualche topo lì, dietro quelle porte bianche verniciate malissimo, però sai, dovesse fermarsi qualcuno per la notte che vuole spender poco...
Cambio di scena ma non del tutto. Sono in giro con Danilo, questa volta vado nella direzione opposta (verso il bivio), io e lui chiacchieriamo di questa città vuota, gli dico che pare Silent Hill. Era veramente vuota. Risaltava il grigio chiaro della strada. Però nonostante sia domenica la libreria Memoria è aperta, ci entro (cosa che non succederebbe mai nella realtà), sempre con Dan. Io avevo il cappotto lungo. Trovo posto e mi metto a guardare i libri, però improvvisamente la libreria comincia a riempirsi, un sacco di gente legge Momo e parla di Momo, io sono schifata perché Michael Ende mi ha sempre fatto schifo, soprattutto La Storia Infinita, io la odio, quindi perché dovrebbe piacermi Momo? Che gusti di merda che ha la gente, sta merdaccia simil fantasy quanto tira; per questo motivo faccio per andarmene, ma rimango incastrata in mezzo alla gente e mi devo sorbire una conferenza con dibattito sulla giornata della Memoria. Danilo è riuscito ad uscire, lo vedo che fuma dalla porta a vetri, però entra gente e mi sa che sta conferenza ce la dobbiamo sorbire pure noi.
Seduta al banco c'è una ragazza russa che parla in italiano (con accento russo ovviamente) ad una donna che le dice che se ha bisogno di ripetizioni per la scuola lei deve solo chiedere, basta che non si faccia più quella frangetta turchese (ma nel sogno diceva blu) orrenda per la quale l'aveva cacciata di casa. I banchi erano bianchi, le pareti gialline, la stanza lunga ma relativamente stretta, tanta gente se ne era andata e io prendevo posto in un banco accanto a Nunzia, una mia vecchia compagna di elementari. Parlava Andrea (il fratello di Serena di Antonio, cazzo c'entra? C'era pure lei seduta ad uno dei banchi) e faceva una battuta che la ragazza russa prendeva a male, infatti interveniva piuttosto inalberata, e mi mandava messaggi attraverso un ombretto... in pratica boh, su questi ombretti si potevano leggere delle lettere, solo che a me non funzionava la tastiera quindi dovevo inviarli picchiettando con l'unghia sulla base di metallo in cui l'ombretto era tolto
(questo parto mostruoso del mio cervello vorrei proprio capirlo)
lei mi diceva che avrei dovuto dire qualcosa anch'io, e mi lasciava la parola, ma secondo me non c'era niente per cui incazzarsi, al massimo bisognava evitare le espressioni volgari perché ad una conferenza non era il caso, non era l'adatta occasione.
La conferenza finiva ed uscivamo tutti, tra cui anche qualcuno che mi diceva, mentre lasciavamo i posti, che bisognava fare in modo che sta Nunzia ritrovasse il suo vecchio amore delle elementari e ci si mettesse assieme. Io dicevo che era una cazzata, però tutto sommato l'idea sembrava divertente.
Scendevo una rampa in un posto che sembrava il cortile del S. Anna (che bello...).
Andavo al mercato lì al Pucci, me lo giravo e giravo, cercavo cose di color verde petrolio/pavone, insomma quel verde di Prussia che va di moda ora e che in effetti mi piace molto (sì, esiste anche il verde di Prussia, non solo il blu, e avevo il pastello Giotto da piccola che usavo moltissimo, lo adoravo, insomma questo). Cercavo fra le stoffe di pile, fra altre stoffe, ma non trovavo nulla. Pensavo che forse un paio di calze di quel colore sarebbero andate bene, da mettere sotto al maglione fatto della stoffa color smeraldo che ho comprato ultimamente (e sì, l'ho fatto davvero). Così trovavo delle calze di quel colore da una signora che le vendeva a 1,99 €, le prendevo anche dei jeans dello stesso colore. Pensavo "ma che cazzo ho preso a fare dei jeans? Non li uso mai, mi stanno scomodi, scommetto che non li userò. Però sono aderenti, forse sì". Guardavo l'etichetta e c'era scritto XL, e di nuovo pensavo "XL un par de palle, scommetto che manco m'entrano".
Ancora prima di tutto sto popò di roba ho sognato di entrare in un negozio di chincaglierie inutili antiche o vecchie, che si trovava esattamente dove ora c'è la banca, fra piazza Federico II e via del Mare (di fronte alla via per il cinema). Era però al secondo piano, il negoziante era un tipo enigmatico dall'aspetto stantio anch'egli. Giravo per il negozio assieme a qualcuno, non ricordo esattamente chi fosse o se fosse addirittura più d'una persona (forse mia sorella o forse Marzia). C'erano ossa di persone, boccette di sangue, aggeggi a forma d'ali meccaniche, candele e candelabri, libri d'alchimia ed anatomia, gabbie dorate, il tutto in uno stanzone di legno non troppo illuminato da luci gialle. Mi metteva i brividi.
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